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L’America e l’Open Source

La convention organizzata da O’Reilly in Texas relativa al codice aperto, OSCON (Open Source Convention), come ogni anno offre la possibilità a diversi “big” del mercato di mostrare come loro affrontano, integrano e sviluppano soluzioni open source, ed i relativi benefici che hanno portato.

E quando si parla di “big”, chi meglio degli Stati Uniti d’America rientra in questa categoria? E, considerando il periodo “caldo” che sta passando in questo periodo la nazione, è giusto anche guardare a cosa di buono è stato fatto dagli USA negli scorsi anni.

Questo l’argomento della presentazione tenuta da Alvand Salehi, technology advisor per l’Office of the Federal CIO alla Casa Bianca; il CIO, insieme al Federal CIO Council sono un ente -governativo- che fa da risorsa centrale di informazione per l’IT del governo. Lo scopo, in pratica, è quello di trovare il sistema più ottimizzato per far progredire l’infrastruttura IT del governo americano portando beneficio sia alle istituzioni che ai cittadini.

Si è trattato del ruolo che il governo federale degli Stati Uniti d’America ha nell’open source.

Da quando Salehi è entrato a far parte del CIO grossi passi sono stati fatti verso l’apertura, fino al rilascio -nell’Agosto del 2016- della Federal Source Code Policy, la prima che regolamentava l’uso e l’impegno nel mondo dell’open source: i requisiti sono fondamentalmente due:

  • Tutto il codice sorgente personalizzato sviluppato da o per il governo federale deve essere disponibile a tutte le altre agenzie federali, per condivisione e riutilizzo
  • Almeno il 20% del codice sviluppato direttamente dal governo deve essere rilasciato al pubblico come open source

Oltre a questo, definisce la creazione del sito Code.gov, la piattaforma ufficiale per accedere al codice open source sviluppato dal governo.

Prima del rilascio di questa policy -che comunque è considerata un grande passo, soprattutto per il fatto che il CIO come ente esiste da meno di un anno- l’eccessiva separazione tra le diverse agenzie causava grosse spese date dalla necessità di sviluppare nuovamente il software, magari, già in uso da un’altra agenzia. L’applicazione di questa policy, quindi, ha come primo beneficio quello di far risparmiare al governo milioni di dollari in sviluppi reiterati.

C’è anche il beneficio del rilascio -almeno in parte- del codice in open source, che porterà sicuramente sviluppatori esterni ad analizzare e, magari, migliorare (o patchare, chissà) il codice utilizzato dal governo.

L’ago della bilancia non pende ancora dalla parte del software open source, comunque, considerando che questa policy indica che solo il 20% del codice sviluppato dal governo debba essere rilasciato pubblicamente, mentre l’obbligo sul codice sviluppato per il governo è solo quello di rendere disponibile il codice a tutte le agenzie governative (niente obbligo di apertura, dunque).

Certo, è sicuramente un inizio ed un passo verso l’apertura; chissà se vedendo i benefici portati dalla community decidano di appoggiare sempre di più questo mondo!