Saturday’s Talks: se systemd ci fosse stato dall’inizio, nessuno avrebbe avuto niente da dire

Lo avevo anticipato mentre cercavo di spiegare la causa di tutti i disservizi avuti questa settimana sul portale (alla fine il downtime è stato basso, ma il giramento di scatole alto quindi ha compensato): il prossimo episodio di “Saturday’s Talks” sarebbe stato dedicato a systemd.

Ed eccoci qua.

Nel corso dei disservizi abbiamo dovuto imparare che oggi, quando qualcuno installa Ubuntu 18.04 LTS (Long Term Support, la più stabile) la metodologia di default con cui si troverà a configurare la rete è rappresentata dalla combinazione di netplan (chi?) e networkd (ah adesso systemd gestisce pure la rete?).

È necessario capire come funzionano quelle due componenti se si vogliono effettuare configurazioni specifiche. Ad esempio un bridge, da documentazione ufficiale, si configura così:

network:
  version: 2
  renderer: networkd
  ethernets:
    enp3s0:
      dhcp4: no
  bridges:
    br0:
      dhcp4: yes
      interfaces:
        - enp3s0

Non è un file ifcfg-eth come per distro Red Hat based, non è un file interfaces come per distribuzioni Debian like, e allora cos’è? Una cosa nuova, ecco cosa, peraltro limitata al momento solo ad Ubuntu.

Il punto però non è netplan, ma networkd che conferma quanto abbiamo imparato: systemd vuole fare tutto. L’init, i log, le login… La rete! E sapete cosa vi dico?

(rullo di tamburi)

Tutto questo ha una sua perfetta logica.

Proprio così, la riflessione che metto sul piatto è: se fossimo partiti tutti dall’approccio systemd, qualcuno si sarebbe mai lamentato?

Systemd vuol dir polemica, si sa, ma facciamo uno sforzo di immaginazione: siamo sicuri che il problema sia questa componente che, peraltro, non ha mai fatto mistero di volersi occupare di tutto?

Il problema non saranno semmai le modalità con cui le varie distro interagiscono con systemd? Perché oggi se per Red Hat c’è Network Manager, per Ubuntu c’è netplan, quindi qual’è la differenza con gli antichi file ifcfg e interfaces? Secondo me nessuna.

Insomma, stiamo sbagliando il nemico da combattere. E forse lo abbiamo sempre sbagliato.

Systemd sembra un problema, invece è la più grande opportunità che Linux ha avuto per essere aperto, comprensibile e… facile.

Perché raccontare che systemd è il male quando c’è da sistemare l’ordine di boot dei vostri servizi custom è una bugia bella e buona: per la prima volta dalla nascita di Linux c’è finalmente un sistema standard, che funziona su tutte le distribuzioni, per determinare chi deve partire prima di chi.

Direi che per oggi ho finito…


(liberate i cani)

😉

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