Dieci anni di OpenStack, un bilancio del più attivo software OpenSource del mondo

Lo scorso 16 luglio sono partite ufficialmente le celebrazioni del decimo anniversario del progetto OpenStack. Dieci anni infatti sono passati da Austin, la prima release del progetto che doveva definire le basi del mercato cloud ed era vista da tutti come la nuova, vera ed unica next-big-thing.

Ma, dieci anni dopo, a che punto è il progetto? Dopo aver regolato l’hype su livelli umani, accantonato l’entusiasmo dopo i primi upgrade falliti e realizzato come forse si era esagerato un tantino a proclamare la tecnologia OpenStack come rivoluzionaria, è possibile tirare un po’ di somme in maniera lucida?

Proviamoci.

Si può partire dai numeri indicati, e celebrati, dal progetto stesso:

  • 21 uscite puntuali in 10 anni, da “Austin” a “Ussuri”.
  • 451 progetti di ricerca con una quota di mercato attestabile a 7,7 miliardi di dollari USA entro il 2023, citando la crescita maggiore in Asia (36%), America Latina (27%), Europa (22%) e Nord America (17%).
  • Crescita da due progetti nel 2010 a 42 progetti nel 2020
  • Oltre 10 milioni di core in produzione (qualsiasi cosa voglia dire)
  • Più di 500.000 merge effettuati
  • Più di 8.000 sviluppatori individuali che hanno apportato questi cambiamenti
  • 900 modifiche proposte quotidianamente e 18.000 test eseguiti per valutarle.

Numeri certamente impressionanti, da grande, grandissimo progetto. Non a caso nel post di cui sopra OpenStack è, a ragione, definito il most active open source projects in the world.

Eppure…

Osservando le celebrazioni delle due grandi aziende che distribuiscono versioni enterprise del prodotto si nota un dettaglio importante.

Tanto Canonical, che racconta di come BT abbia scelto la piattaforma come base per i propri servizi 5G, che Red Hat, di fatto il principale sviluppatore (che chiaramente non manca di far apparire il proprio video nel post celebrativo del progetto stesso, lo trovate in fondo all’articolo) distribuiscono il prodotto, verrebbe da aggiungere unicamente, alle aziende Telco.

Infatti tra i case study di successo di utilizzo della piattaforma vengono citati appunto BT, ma anche Turkcell, Rakuten Mobile, Vodafone Idea Limited, Cathay Pacific, Orange Egypt, O2 Slovakia… Tutte aziende Telco.

Dieci anni dopo quindi, l’ambito operativo, o quantomeno la quota e l’obiettivo di mercato, sembra essere decisamente cambiato ed orientato, piuttosto che alla conquista del mondo, ad uno specifico e preciso ambito. Da strumento di dominio del cloud si è passati ad un più sensato e coerente strumento di gestione NFV (Network Function Virtualization), con buona pace dei vari proclama secondo cui effettuare un deploy di piattaforme OpenShift e Kubernetes su OpenStack sarebbe non solo una buona idea, ma addirittura consigliato.

Il mercato, si sa, per quanto influenzabile, alla fine, ed in particolare nei momenti di crisi, premia chi bada al sodo.

Dieci anni dopo quindi, volenti o nolenti, OpenStack è diventato un immenso progetto destinato ad uno specifico ambito, il cui appeal di mercato è calato al punto che il video celebrativo citato in apertura di articolo vede 260 visualizzazioni, con un commentatore che augura felice… Centesimo anniversario.

Non resta che accodarci… Cento di questi anniversari OpenStack!

Da sempre appassionato del mondo open-source e di Linux nel 2009 ho fondato il portale Mia Mamma Usa Linux! per condividere articoli, notizie ed in generale tutto quello che riguarda il mondo del pinguino, con particolare attenzione alle tematiche di interoperabilità, HA e cloud.
E, sì, mia mamma usa Linux dal 2009.

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