Curiosi di sapere quale sia il processo creativo dietro ai loghi di Ubuntu? Ve lo spiega Canonical!

Una delle peculiarità più interessanti di Ubuntu, distribuzione derivata da Debian che ha da sempre incontrato il favore degli utenti per la sua cura dell’esperienza desktop, è la scelta dei nomi delle varie edizioni. Questo si compone di un aggettivo associato ad un animale le cui iniziali coincidono e seguono una sequenza iniziata dalla primissima release, uscita nell’ottobre del 2004 e chiamata Warty Warthog.

Altra cosa interessante è poi che a ciascuna release corrisponde un logo, dedicato all’animale ed alla sua caratteristica. Ma qual è il processo che porta a creare, ogni sei mesi visto che le pubblicazioni avvengono ad aprile e ad ottobre, un nuovo logo? Lo spiega Canonical stessa, all’interno della newsletter Linkedin The Source, che con cadenza costante racconta di aspetti interessanti a proposito del mondo Ubuntu.

L’ultima edizione di The Source è stata dedicata proprio ai loghi, andando ad intervistare Marcus Haslam, un mago del design che tanto ha contribuito alla realizzazione dei progetti grafici associati alle varie edizioni di Ubuntu, sin dal 2008.

Il processo, spiega Haslam, parte da un set di valori chiave (adroit, reliable, accessible, precise) che fungono da “ancora” per ogni scelta grafica. Un metodo replicabile per qualsiasi progetto di branding e che in Ubuntu ha riguardato non solo il logo in sé, innescando un processo sistemico, non isolato, tanto che cambiare il logo ha portato a ridisegnare l’intero linguaggio visivo, compreso un font personalizzato (con Vincent Connare).

Il font Ubuntu è stato aperto al feedback di milioni di utenti. Un caso di studio su come gestire il design partecipativo su larga scala.

Si tratta quindi di un approccio olistico, non frammentato e motore di questo processo è quella che viene definita “tensione creativa“. Un esempio concreto è rappresentato da Stonking Stingray (ossia la prossima Ubuntu 26.10) che unisce la leggerezza e l’eleganza della razza alla forza impressionante dell’aggettivo “stonking”.

Insomma, una lezione su come generare significato dall’opposizione mediante il bilanciamento tra temporalità e artigianalità: il processo prevede settimane di bozzetti a mano, iterazioni e rifiniture. Un contro-modello alla velocità del design contemporaneo, con un forte valore narrativo:

The difference may be subtle, it might not be obvious why. But you do notice the difference. There’s a depth to good design, and a human side to it as well. If we craft something, it looks sophisticated, because we take care.

La differenza può essere sottile, potrebbe non essere ovvio il perché. Ma la differenza la noti. C’è una profondità nel buon design, e anche un lato umano. Se realizziamo qualcosa con cura, appare sofisticato, perché ci prendiamo cura dei dettagli.

A questo si aggiungono aspetti pratici: le mascotte devono funzionare su schermi piccoli, in stampa, sui social e, oltre a questo devono ispirare quello che viene definito “human-first design“: il risultato finale lega estetica, accessibilità (vedi per la prossima release la dettatura vocale in Ubuntu chiamata Myna di cui abbiamo parlato solamente ieri) e missione aziendale.

Insomma, non solo forma, ma impatto sociale.

E dice bene Haslam quando afferma che questi aspetti non sono così ovvi, ma che, sotto sotto, sono talmente distintivi che, chiunque, osservando un logo di una qualsiasi release può affermare con certezza: si tratta di Ubuntu!

Per chi opera su terminali testuali queste potrebbero apparire come sorprese, per altri magari sono cose risapute, ma una cosa è certa: alla luce del processo descritto sfidiamo chiunque ad affermare “in fondo è solo un logo!”.

Da sempre appassionato del mondo open-source e di Linux nel 2009 ho fondato il portale Mia Mamma Usa Linux! per condividere articoli, notizie ed in generale tutto quello che riguarda il mondo del pinguino, con particolare attenzione alle tematiche di interoperabilità, HA e cloud.
E, sì, mia mamma usa Linux dal 2009.

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