Linux ha un problema di marketing?

Qualche giorno fa è apparsa su Hackday.com una riflessione personale di Bryan Cockfield, ingegnere elettronico di professione che in questo caso ha vestito i panni di utente medio. Noi sintetizzeremo la sua tesi, lungamente argomentata nel suo post.

Linux è prodotto e fornito da professionisti del settore, che parlano una lingua (tecnica) ed hanno interessi diversi dagli utenti. Per esempio, se per i primi può essere doveroso specificare di parlare di sistemi “GNU/Linux” invece di solo “Linux”, all’utente medio sfugge non solo l’utilità di questa distinzione, ma il concetto stesso.
Il fatto che (quasi) tutti i supercomputer usino Linux dimostra le sue potenzialità per operare a qualsiasi livello. Ma allora perché nel mercato desktop il sistema operativo del pinguino ha un misero 4% di diffusione? Cosa cambia rispetto a Microsoft o Apple?
Cockfield vede la discriminante principale nell’uso di uffici di marketing, che riescano a colmare la distanza comunicativa tra sviluppatori e utenti.

Infine, il grande vantaggio dell’open-source, ovvero la possibilità di scelta, rappresenta anche il suo più grande difetto: la frammentazione del mercato. E questo non è tanto un problema di offerta, dove l’utente spesso non sa dove e come orientarsi, ma più una dispersione di risorse.
Di nuovo, la soluzione sarebbe il marketing, condiviso, che individui le funzionalità da sviluppare (e comunicare) una volta sola, e non declinata in varie versioni.
Cockfield prende ancora a modello Microsoft ed Apple, che offrono un solo sistema operativo, concentrando gli sforzi di sviluppo in un prodotto solo.

Quindi basterebbe un po’ di marketing? Forse sì, ma Cockfield stesso indica nella mancanza delle risorse disponibili il primo motivo per cui non si fa. E questo perché, in generale, l’open-source non genera sufficiente ritorno economico per chi lo promuove. E anche quando lo fa, vedi Red Hat, la dimensione è di molto inferiore ai concorrenti.

Ci sembra che Cockfield abbia abbastanza ragione, ma solo nelle premesse: la frammentazione eccessiva del mondo Linux, generata dalla libertà garantita nell’open-source, è effettivamente un problema. La dispersione di risorse, nonché la penuria di esse, sono altri due grandi temi che abbiamo affrontato più volte (come per il project leader di Debian).

Un esempio recente (e forte) di quanto la standardizzazione possa aiutare è rappresentato da systemd. Evitando la proliferazione – e frammentazione – dei sistemi di init, tante resistenze (e problemi) probabilmente non sarebbero esistite.
Forse un allineamento anche nel marketing delle varie distribuzioni e dei progetti potrebbe portare giovamento, magari tramite entità già esistenti e capaci di ricoprire questo ruolo, come la Free Software Foundation.

Però…

Il marketing è proprio di un’azienda, e la promozione si riferisce ad un suo prodotto. Cosa che Linux non è. Né ha un’azienda specifica che lo produca. Men che meno la Free Software Foundation.
La libertà è il suo tallone d’Achille, ma anche la sua grande risorsa: sacrificarla non è possibile.

All’interno della libertà rimane l’intelligenza dei vari sviluppatori, e gli esempi di passi falsi non mancano. Basta pensare a Canonical: upstart, Mir, Unity. Tutti progetti che volevano creare un’alternativa e sono finiti nel dimenticatoio troppo in fretta, con annessa dispersione di risorse.
Badate bene, non stiamo demonizzando la creazione di alternative, anzi, ma se quello che hai prodotto non sfonda, meglio unirsi agli altri: systemd, Wayland, GNOME. I risultati si stanno già vedendo.

Ho coltivato la mia passione per l'informatica fin da bambino, coi primi programmi BASIC. In età adulta mi sono avvicinato a Linux ed alla programmazione C, per poi interessarmi di reti. Infine, il mio hobby è diventato anche il mio lavoro.
Per me il modo migliore di imparare è fare, e per questo devo utilizzare le tecnologie che ritengo interessanti; a questo scopo, il mondo opensource offre gli strumenti perfetti.

Tags: , ,