Il pasticcio di GitLab che vuole prima fare business con tutti, anche con clienti moralmente discutibili, e poi ritratta

Abbiamo parlato spesso di GitLab in termini di prodotto, di come le innovazioni che sta apportando nell’ambito DevOps siano tante e sostanziali. Oggi però il motivo per cui parliamo di GitLab, questa volta in termini di società, è prettamente… Morale.

Una patch di cui è stato effettuato il merge senza revisioni da parte di nessuno (a parte Sid Sijbrandij, che di GitLab è il CEO e co-fondatore) ha aggiunto, senza mezzi termini, questi punti alla sezione “Customer acceptance” della strategia aziendale:

We do not discuss politics in the workplace and decisions about what customer to serve might get political.

Efficiency is one of our values and vetting customers is time consuming and potentially distracting.

Non discutiamo di politica sul lavoro e le decisioni in merito a quali clienti servire potrebbero diventare politiche.
L’efficienza è uno dei nostri valori e selezionare i clienti porta via tempo e crea potenzialmente distrazioni.

Nella sostanza: non si parla di politica, selezionare i clienti è una questione politica e dispendiosa, quindi i clienti non si selezionano, in modo da essere sempre efficienti.

Inutile aggiungere come al di sotto di questo commit vi siano stati sin dalle prime ore un numero enorme di commenti in disaccordo con la nuova politica aziendale ed è facile pensare a come una posizione simile porga il fianco anche a finestre di illegalità poiché GitLab, in quanto azienda americana, è obbligata a non fare affari con aziende e nazioni messe al bando dagli Stati Uniti (per esempio l’Iran).

A quanto pare lo tsunami generato da questa mossa ha imposto una revisione quasi immediata della posizione aziendale, tramutatasi in una nuova patch che chiarisce ed estende le aggiunte in una forma decisamente più politically correct, evidenziando punti che a causa della patch originale erano rimasti colpevolmente in sospeso:

Engaging in illegal, unlawful behavior.
Making derogatory statements or threats toward our community.
Encouraging violence or discrimination against legally protected groups.

Essere coinvolti in comportamenti illeciti e illegali.
Fare commenti sprezzanti o minacce verso la nostra comunità.
Incoraggiare la violenza o la discriminazione nei confronti di gruppi protetti legalmente.

Fermo restando quindi la strana necessità di dover specificare queste cose, quanto ora presente su quello che potremmo definire lo statuto aziendale è decisamente più in linea con il buon senso.

E sta proprio qui l’interessante riflessione che la vicenda suggerisce: nell’epoca agile e DevOps gli statuti aziendali sono repository Git pubblicamente consultabili, ma sui quali però solo alcuni possono apportare modifiche. Può succedere quindi che un CEO, magari spazientito da una riunione di giornata o semplicemente dal brutto tempo, decida di punto in bianco di ridefinire arbitrariamente (ed unilateralmente) gli obiettivi aziendali, obbligando al contempo tutti i dipendenti ad adeguarsi. Implicitamente. E tralasciando beatamente tutte le possibili implicazioni morali, sociali ed anche economiche.

Pare logico?

Da sempre appassionato del mondo open-source e di Linux nel 2009 ho fondato il portale Mia Mamma Usa Linux! per condividere articoli, notizie ed in generale tutto quello che riguarda il mondo del pinguino, con particolare attenzione alle tematiche di interoperabilità, HA e cloud.
E, sì, mia mamma usa Linux dal 2009.

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