La Free Software Foundation attacca Raspberry Pi e l’impossibilità di aggiungere RAM

La #FreeSoftwareFoundation torna all’attacco di #RaspberryPi: il #firmware proprietario impedirebbe di aggiornare liberamente la #RAM, rendendo inutilizzabili alcuni dispositivi dopo la sostituzione della memoria. Una limitazione che riaccende il dibattito sul software libero e porta a una domanda: quanto siamo disposti a scendere a compromessi con i nostri principi tecnologici?

Non è mai corso buon sangue tra la FSF, la Free Software Foundation e la Raspberry Pi, l’azienda che produce i dispositivi omonimi che tutti gli appassionati open-source possiedono o hanno sognato di possedere. Il motivo, da sempre, è quello legato alla chiusura del firmware dei device Raspberry Pi che, non essendo libero e aperto, impone a chiunque voglia usare questo SoC (System on a Chip) di sottostare a quello che viene definito dalla Free Software Foundation come un vero e proprio DRM (Digital Restrictions Management).

A questa che sembra una battaglia di acronimi, si aggiunge oggi un nuovo capitolo, raccontato nel post apparso sul blog della Free Software Foundation dal titolo “Raspberry Pi puts digital handcuffs on RAM upgrades“, il cui senso è molto chiaro: se siete sostenitori del Free Software non dovreste utilizzare dispositivi Raspberry Pi perché, oltre ai limiti descritti in apertura relativi all’uso di software non free per l’avvio del sistema, è stato dimostrato come per gli utenti sia impossibile aggiornare la RAM dei propri dispositivi.

Citando report pubblicati sul sito Hackaday, l’articolo spiega come, per le versioni Raspberry Pi 4, 5 (che finalmente hanno visto il sistema operativo Raspberry Pi Desktop passare da Debian 12 a Debian 13 “Trixie”) ed i moduli compute, l’aggiunta o la modifica di RAM presente sui dispositivi che non viene riconosciuta dal firmware rende il dispositivo inutilizzabile.

Per chiarire di cosa stiamo parlando: sono operazioni che sui SoC possono essere fatte solo con un saldatore e con un minimo di competenze da elettricista, ma esistono decine di tutorial sul web che dimostrano come non sia un’operazione per soli addetti ai lavori.

Secondo la Free Software Foundation il firmware non free del Raspberry Pi potrebbe rifiutarsi di riconoscere la memoria aggiuntiva o decidere arbitrariamente di non avviare il PC. Non solo, anche sostituendo la RAM con un modello diverso, ma della stessa capienza, il risultato potrebbe essere un PC inusabile.

La giustificazione che Raspberry Pi dà a proposito di queste restrizioni è dettata dalla necessità di identificare computer alterati, i quali, per tutta una serie di ragioni, è nell’interesse di Raspberry Pi che non vengano diffusi, mandati in assistenza e via dicendo.

Il punto però, dice la Free Software Foundation, è che ci sarebbero diversi modi per assicurare questa verifica, evitando il DRM. Tra quelli citati: registrare la configurazione di fabbrica originale in una forma crittograficamente verificabile, utilizzare un software libero che avverte l’utente quando la RAM installata differisce dalla configurazione di fabbrica originale, fornire strumenti che consentono agli acquirenti di verificare quale hardware è stato originariamente spedito con una scheda.

Nessuna di queste misure, conclude la Free Software Foundation, richiede un limite applicato al software su ciò che un proprietario può fare con il computer e, in un momento come questo, in cui i prezzi delle RAM sono schizzati alle stelle, vien da sé come questo rappresenti un limite enorme per una tecnologia come Raspberry Pi che nello statuto ha la volontà di diffondere tecnologia ovunque, per tutti. Viene citata proprio la mission del progetto Raspberry Pi che recita:

To put high-performance, low-cost, general-purpose computing platforms in the hands of enthusiasts and engineers all over the world.

Per mettere le piattaforme di calcolo ad alte prestazioni, a basso costo e per uso generale nelle mani di appassionati e ingegneri di tutto il mondo.

Ora, il limite illustrato dalla Free Software Foundation rende davvero incoerente la mission di Raspberry Pi? Probabilmente no. Gli appassionati di tutto il mondo o ignorano l’aspetto non free oppure lo conoscono e lo digeriscono, così come fanno per praticamente tutti i dispositivi utilizzati oggigiorno.

Del resto, l’arte del compromesso è da sempre presente in Linux, anche nelle distribuzioni puramente community driven come Debian, dove da sempre la questione dei firmware non free è affrontata, discussa e interpretata a beneficio degli utenti.

Una domanda è quindi d’obbligo, in conclusione: se si dovessero davvero rispettare tutti i principi della Free Software Foundation cercando di rimanere pienamente produttivi, quanti sarebbero i dispositivi disponibili?

Ben venga quindi la consapevolezza offerta dalla Free Software Foundation, ma il mondo in cui viviamo, al momento, obbliga ad interrogarsi sui compromessi.

Da sempre appassionato del mondo open-source e di Linux nel 2009 ho fondato il portale Mia Mamma Usa Linux! per condividere articoli, notizie ed in generale tutto quello che riguarda il mondo del pinguino, con particolare attenzione alle tematiche di interoperabilità, HA e cloud.
E, sì, mia mamma usa Linux dal 2009.

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